venerdì, giugno 18, 2010

La dittatura delle banche centrali



Cari amici,

Gli "illuminati" economisti di tutto il mondo stanno passando gli ultimi mesi arrovellandosi su una domanda:

Che succederà dopo la crisi?

Vi è infatti una questione di fondo che rimane irrisolta, e che pochi percepiscono:

Durante l' ultima crisi le banche centrali hanno mostrato il loro vero volto, praticando una politica attiva e incisiva diretta ad evitare il collasso dell' economia e della finanza globale.

In altre parole si può dire che le banche centrali di tutto il mondo si sono messe al timone dell' economia, e di loro iniziativa hanno salvato le banche e le istituzioni finanziarie che erano al collasso e stavano per diventare dichiaratamente insolventi.

In pratica, quasi tutti sono stati salvati: I buoni e i cattivi, chi speculava e chi cercava di essere onesto; il tutto senza curarsi di chiedere il permesso ai governi, che si sono trovati costretti a pagare il conto, tramite il disavanzo pubblico.

Non è una questione di poco conto, perchè da questi fatti che sono accaduti nasce prepotentemente una domanda:

Perchè mai un finanziere dovrebbe stare attento e caricarsi di rischi "calcolati" quando ormai è consapevole che, in caso si arrivi di nuovo a nuotare nell' acqua alta, mamma banca centrale arriva e lo salva?

E poi c' è la questione sovrastante: Perchè le banche centrali hanno tutto questo incontrastato potere di governare l' economia del mondo?

Che cosa rimane da governare alla cosiddetta "politica nazionale" se poi le decisioni importanti vengono prese in altri contesti, da altre persone, secondo altre logiche di potere?

Negli ultimi anni abbiamo visto quanto siamo impotenti di fronte al potere di pochissimi individui che governano la finanza mondiale al di fuori di ogni controllo politico.

....e oggi siamo pure costretti a "pagare il conto"!

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Il sole 24 ore

Mentre i governi europei fanno quasi a gara nel mettere in campo manovre di correzione dei conti pubblici tagliando le spese, trova sempre più spazio nel dibattito tra gli economisti la paura di un nuovo 'tuffo' dell'economia globale, una recessione "a doppia V", che non riesce a consolidare i segnali di crescita emersi negli ultimi trimestri e, anzi, torna a guardare verso il basso. Nel dibattito si confrontano posizioni diverse soprattutto sulle cause che potrebbero innescare un nuovo tratto in discesa nel grafico del Pil. Ma la preoccupazione è crescente, come ha messo in luce anche la "Lettera degli economisti" preoccupati degli effetti recessivi della manovra italiana.

Ne parlano, da due punti di vista completamente diversi, Nouriel Roubini della New York University, e Simon Johnson, ex capo economista del Fondo monetario internazionale e oggi docente di sviluppo imprenditoriale al Mit Sloan School of management.
Roubini dà una ricetta in otto punti per evitare la 'double-dip' della recessione globale e imperniata su un profondo coordinamento internazionale. Un percorso in delicato equilibrio tra la necessità di risanare i bilanci per i paesi "spendaccioni" e l'obbligo quasi morale per i paesi come Germania, Cina e Giappone con bilanci in attivo di continuare a mantenere le misure di stimolo all'economia. Esattamente il contrario di quanto ha appena fatto la Germania, che «invece di partire con un piano di austerità mal congegnato, dovrebbe estendere gli incentivi a tutto 2011».
Preoccupato della "prossima crisi" è anche Johnson che sembra rispondere a chi, come Roubini, guarda solo al debito sovrano e all'economia reale. Il professore della Mit Sloan School è convinto che le radici della prossima crisi siano nella mancata regolamentazione del settore finanziario americano, di cui ha messo a nudo le responsabilità nella prima fase della recessione nel best seller «13 Bankers: The Wall Street Takeover and the Next Financial Meltdown» scritto a quattro mani con James Kwak.

«Che l'economia mondiale viva adesso una crescita del 4 o del 5 per cento è sicuramente importante, ma non influisce più di tanto sulle nostre prospettive a medio termine. Il settore finanziario statunitense ha ricevuto un sostegno salvifico e non soggetto a condizione alcuna, ma adesso non è soggetto ad alcuna forma di ri-regolamentazione significativa. Pertanto, non si discute: ci stiamo preparando - afferma Johnson - a un altro boom che ha i suoi presupposti nell'eccessiva e sconsiderata assunzione di rischio nel cuore stesso del sistema finanziario mondiale. E ciò non può che finire in un modo solo: male».

All'Europa guarda Dani Rodrik, docente di economia politica alla John F. Kennedy School of Government della Harvard University. E se la prende soprattutto con la Germania, colpevole non solo di «non fare la sua parte come economia più grande della Ue e suo leader putativo» ma anche di fare una politica estremamante aggressiva e individualista, «calpestando le economie degli altri Stati membri». Se Berlino vuole «che il resto d'Europa ingoi la pillola amara dei tagli di spesa - scrive Rodrik su Project syndicate - si dovrà impegnare a spiengere i consumi domestici, ridurre il surplus con l'estero e accettare un aumento dei target di inflazione della Bce. Prima la Germania farà la sua parte, meglio sarà per tutti».
Meno preoccupato, «grazie ai segnali che arrivano dalle imprese» è Lorenzo Stanca, presidente del Gruppo economisti d'impresa e managing partner di Mandarin Fund. «Dalle imprese con cui siamo in contatto ogni giorno riceviamo segnali di una tendenza netta verso la ripresa economica. L'export si è mosso in modo positivo dall'inizio dell'anno e ha accelerato negli ultimi due mesi. Il rischio di politiche restrittive tedesche esiste ma è compensato dal deprezzamento dell'euro. Il dubbio che il timing della manovra del governo tedesco non sia corretto esiste, ma non bisogna sovrastimarne gli effetti». Nessun rischio di 'doppia V', dunque? Non proprio: «Il rischio c'è ed è legato alla tenuta di paesi come Cina, India e Brasile le cui economie sono cresciute a ritmi sostenuti. In particolare in Cina torna di tanto in tanto il timore che si sgonfi la bolla immobiliare». Quanto alla Germania, «vuole essere nella posizione di chi può dare l'esempio e avere sempre più peso nella Ue. È una linea comprensibile, ma non condivisibile». Infine la finanza americana senza regole: «In genere non credo ai complotti, ma davanti alla pressione delle istituzioni finanziarie nei confronti dei paesi più vulnerabili qualche dubbio è legittimo: c'è qualcuno che vuole distrarre l'attenzione?».
Per Riccardo Realfonzo, uno dei firmatari della "Lettera degli economisti" e direttore del Dipartimento di Analisi dei sistemi economici e sociali dell'università del Sannio, «in Europa la crisi mondiale trova alimento nei vistosi squilibri tra i saldi delle bilance commerciali. Il deteriorarsi delle condizioni della finanza pubblica nei paesi periferici dell'Unione monetaria è in buona misura l'effetto dei loro saldi passivi con l'estero. In questo contesto, le politiche restrittive praticate dai paesi in attivo nella bilancia commerciale, Germania in testa, aggravano la posizione debitoria dei paesi periferici, Italia inclusa. A nulla valgono le politiche di austerità che questi ultimi possono intraprendere, se non a ridurre ancora il tasso di crescita del Pil, a contrarre le entrate fiscali e ad aggravare la crisi». I tagli, quindi, non solo non servono, ma sono anche dannosi? «É così. Occorrono provvedimenti per bloccare la speculazione ed è necessario che i paesi in avanzo commerciale pratichino politiche espansive. Inoltre, l'Europa dovrebbe essa stessa farsi locomotiva della crescita, promuovendo un piano di sviluppo finanziato da un più consistente bilancio dell'Unione. Persistere con le politiche restrittive potrebbe condurci alla deflagrazione della zona euro».

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